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Dal 19 febbraio è in edicola l’edizione italiana di Wired: la leggendaria rivista di tecnologia nata a San Francisco nel 1993. A dirigere la redazione di Milano c’è il bravissimo Riccardo Luna,  noto giornalista di Repubblica ed ex vice-direttore del Corriere dello Sport. Rispetto all’edizione originale WIRED ITALIA sembra destinata ad un target over 35 e avere uno stile un po’ meno pionieristico e “strafottente” di Wired USA (scelta probabilmente dettata da un pubblico più conservatore rispetto al lettore d’oltre oceano). L’articolo che abbiamo apprezzato maggiormente (e che siamo certi interesserà i modellisti appassionati di faidate e di elettronica) è quello dedicato all’Arduino che era stato pubblicato da Wired USA lo scorso ottobre.

Hai un’idea geniale? Fai come Mr Arduino, regalala. E diventa ricco

«Guarda qui», dice Massimo Banzi. Il barbuto ingegnere dal fisico massiccio si sporge per controllare un robot per la produzione di chip, una macchina grande quanto un forno per la pizza che afferra e posiziona i componenti. È in piena attività, mentre prende minuscoli transistor elettronici e li mette su una scheda, proprio come un pollo che becca freneticamente alla ricerca di semi. Ci troviamo in un’azienda costituita da una sola stanza utilizzata da Tinker.it, il gruppo italiano che progetta questa scheda, chiamata Arduino, che va per la maggiore fra i costruttori di gadget fai-da-te.

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La loro fabbrica di materiale elettronico è una delle più pittoresche in circolazione, arroccata ai piedi delle colline di Ivrea, con il canto degli uccellini che si diffonde all’interno attraverso le porte aperte e molte pause-caffè per il personale con i camici bianchi. Ma oggi Banzi pensa soltanto agli affari. Sta mostrando con orgoglio la sua attività a un gruppo di clienti giunti dall’Arizona. Prende una delle schede e indica la minuscola cartina dell’Italia raffi gurata sopra.

E in effetti, da quando è iniziata la produzione di massa, due anni fa, in tutto il mondo sono state vendute 50mila unità di Arduino. Cifre irrisorie per gli standard di Intel, ma importanti per un’impresa da poco entrata in un mercato molto specializzato. Ma ciò che è davvero notevole è il modello di business di Arduino: il gruppo ha creato una società basata sull’idea di regalare tutto. Sul suo sito sono pubblicati i segreti commerciali perché chiunque li possa prendere: gli schemi, i file di progetto e il software per la scheda. Scaricateli e potrete produrre un Arduino da soli; non esistono brevetti. Potete inviare i progetti a una fabbrica cinese, far produrre in massa le schede e venderle, intascandovi gli utili senza pagare a Banzi nemmeno un centesimo di royalty. E lui non vi farà causa. A dire il vero, in un certo senso, lui spera proprio che lo facciate.

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Questo perché la scheda Arduino è un pezzo di hardware open source, messo gratuitamente a disposizione di chiunque lo voglia utilizzare, modificare o vendere. Banzi e il suo gruppo hanno dedicato molte ore, per le quali si sarebbero potuti far pagare profumatamente, a creare l’oggetto, e lo commercializzano direttamente con un margine risicato, ma lasciando che altri facciano la stessa cosa. In questo esperimento non sono soli. Con un’iniziativa quasi priva di coordinamento, decine di inventori di hardware di tutto il mondo hanno cominciato a pubblicare le loro specifiche tecniche. Si trovano sintetizzatori, lettori mp3, amplificatori per chitarra e addirittura router per telefoni voice-over-ip, tutti open source. Banzi ammette che il concetto sembra una pazzia. Dopotutto, Arduino si assume parecchi rischi; il gruppo spende migliaia di dollari per produrre un lotto di schede. «Se pubblichi tutti i tuoi file, in un certo senso è come invitare la concorrenza a venire a ucciderti», dice l’ingegnere scrollando le spalle.

Continua a leggere l’articolo sul sito di Wired Italia.


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